E dopo la Normale?

Scuola Normale Superiore, Sant'Anna, Indam, etc. Cosa studiare, come prepararsi.
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Marco
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Messaggio da Marco » 30 mag 2005, 07:57

hexen ha scritto:sei tu il marco cammi che dice fph che lavora in banca? se no che cosa fai?
Ssssssht!! La mia identità segreta sbandierata così ai quattro venti!

Fph dice il vero. Non so perché c'è sempre così tanta gente che si stupisce quando sente che un matematico lavora in banca... So che molti non ci crederanno, ma la matematica può servire, oltre a fare i giochini delle olimpiadi, anche a sbarcare il lunario.

lordgauss
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Messaggio da lordgauss » 25 giu 2005, 00:58

Ciao Marco.
Sono molto interessato al tuo percorso (come dire?) professionale, o meglio, a come si è svolta la fase che ti ha portato dalla laurea all'assunzione; inoltre mi piacerebbe conoscere più nel dettaglio, al di là di ciò che si intuisce per sentito dire, di cosa si occupa un "analista dei rischi". Potresti almeno in parte soddisfare la mia curiosità (che, sia detto per inciso, non è oziosa, ma dettata dal seppur ancora nebuloso intento di intraprendere un percorso simile al tuo)?
Guarda, ti ho posto la domanda pubblicamente perchè credo che un'eventuale risposta sia di interesse per diverse persone. Mi rendo però conto pienamente che ti sto chiedendo di parlare in pubblico dei cavoli tuoi, perciò capirò se mi risponderai privatamente o anche se non mi risponderai tout court. In tutti i casi sorry per lo sfavamento.

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Marco
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Messaggio da Marco » 27 giu 2005, 19:25

Ciao Lord.

No bè, nessuno sfavamento. Quanto meno può servire a corroborare con i fatti l'idea, tanto cara ai matematici, che la Matematica serva a qualcosa.

Magari mi riservo di dilungarmici un po' di più un giorno che scrivo dall'ufficio (così almeno scrocco internet). Stay tuned.

M.
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Messaggio da Marco » 29 giu 2005, 09:12

Ciao.

Oh, caro Lord, mi inviti a nozze. Parlare di se stessi è l'argomento di gran lunga preferito di tutti matematici che ho conosciuto finora, e io non faccio eccezione.

Capisco la "sorpresa" e la curiosità: in fin dei conti lavorare in banca non è lo sbocco naturale per un curriculum olimpionico come il mio.

Ordunque, dalla laurea all'assunzione è stato un periodo un po' grigio per quanto riguardava i concorsi da ricercatore. Nell'arco di due anni, praticamente ne sono usciti pochissimi e quei pochi erano stati banditi e subito rimandati a divinis. (era l'ultimo periodo in cui la vecchia norma dei concorsi da ricercatore era in vigore, e le Università non avevano il vincolo dei mi pare due mesi per svolgere le prove selettive. In pratica: zero concorsi).

Mi stavo scocciando di questa situazione, perché chiaramente non volevo fare il borsista a vita, quindi a metà del secondo anno di perfezionamento in SNS mi sono guardato intorno. Caso ha voluto che ci fosse quel bando scovato in banca mentre facevo la coda per versare il contante del mensile da perfezionando (che ci veniva pagato cash), dove cercavano appunto, tra gli altri profili, anche dei matematici.

Fatto domanda, presentato il curriculum a Pasqua, convocato per i colloqui a maggio, ad agosto la comunicazione di avvenuta selezione, a settembre il periodo di prova, a dicembre l'assunzione. Il colpo di grazia l'ho avuto nell'autunno, quando, all'unico concorso a cui ho partecipato, a Firenze, ho trovato gente con dieci anni più di me e mi sono seriamente chiesto che cosa avrei voluto farne di quei dieci anni di vita.

Con l'università è stata una separazione consensuale (sebbene combattuta): non ho fatto molto per restare e lei, dal canto suo, non ha fatto nulla per tenermi.

Non so che cosa tra il destino, il caso, la fortuna o un direttore del personale particolarmente illuminato, ha voluto che fossi sistemato un uno di quei rari ruoli in cui serve un matematico per fare davvero il matematico (altrimenti non avrei firmato per restare). Ed eccomi qui.

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Analisi di rischio. Di che si tratta? Dunque, una banca, per poter essere tale, deve soddisfare alcuni requisiti di legge, in modo tale che sia stabile e affidabile. Tra i vari requisiti c'è quello di essere abbastanza ricca. Ricca di suo, intendo, non di denaro prestato (ad esempio, dai clienti). Questo perché il patrimonio di una banca costituisce il cuscinetto che ammortizza le variazioni impreviste che possono essere causate dalle più svariate cause: andamento dei mercati finanziari, insolvenza dei debitori, attacchi informatici, contesatazioni giudiziarie, ecc...

La legge stabilisce alcuni modi per stabilire quanto patrimonio la banca deve avere. E dato che rastrellare patrimonio costa caro (occorre andare a raccogliere denari), è interesse delle banche tenerne il giusto livello: abbastanza per essere stabili e solide, ma non troppo per non perdere in competitività. Il capitale (=patrimonio) è perciò una risorsa scarsa (e, per le banche dell'ultimo periodo è la risorsa scarsa, che le varie linee di business si devono contendere per farlo fruttare nel migliore dei modi.

Si diceva: quanto deve tenere la banca come minimo di legge? Ci sono vari algoritmi per calcolarlo. Uno sfrutta coefficienti fissi: tu lavori tanto e generi $ X $ attività rischiosa, il tuo capitale deve essere almeno $ \alpha X $. Altrimenti devi o ridurre il tuo volume di esposizione al rischio, oppure andare a battere cassa dai tuoi soci per rastrellare altro capitale (ad esempio, con un aumento di capitale: chi segue la Borsa sa che è un'operazione cruciale, ma estremamente delicata e in generale non ben vista, dato che è costosa).

Un algoritmo consentito dalla legge è un po' più raffinato, ed è più adatto per banche di dimensioni maggiori, con attività più articolata, cui si attaglia male il sistema a pesi fissi. Questo richiede che la banca si doti di un sistema di quantificazione statistica delle perdite, e da lì stimi quanto deve essere ampio il cuscinetto di sicurezza del patrimonio.

In termini matematici, la banca possiede $ X_0 $. Questo importo non è tenuto sotto al materasso ma è investito in una serie di modi diversi: è prestato ai clienti (che ne so: il parco mutui, a fronte del quale ci sono a garanzia le case ipotecate), è investito in azioni, obbligazioni e derivati finanziari, ecc... Questo fa sì che il suo valore oggi sia noto (o almeno stimabile), ma che domani sia una variabile aleatoria, che chiamo $ X $.

Sapere come si distribuisce quella variabile aleatoria è lo scopo del gioco del mio lavoro.

In particolare io mi concentro sui rischi di mercato, che sono i rischi causati dall'andamento dei mercati finanziari (cambi, tassi di interesse, prezzi azionari e obbligazionari, inflazione, prezzo del petrolio e altre materie prime, ecc...).

Si ipotizzano dei modelli dinamici per stimare/simulare l'andamento dei mercati e da lì dedurre la distribuzione di $ X $. Da lì l'analisi statistica permette di quantificare il rischio e la "misura" che negli ambienti finanziari si usa principalmente è quello che i matematici chiamano la stima di un quantile. Detto in altri termini, fissato un livello di confidenza (di solito 1%), quanto vale la massima perdita che rilevo in tutti i casi tranne l'1% più sfavorevole?

Significa concentrare l'attenzione sulla coda "cattiva" della distribuzione, quella che corrisponde alle perdite maggiori, e ci sono anche dei teoremi e risultati teorici che dicono come queste code sono fatte e come possiamo descriverle.

Ho scritto "misura" tra virgolette perché qui parlo con matematici, che quando sentono il termine, pernsano subito alla misura nel senso della Teoria della Misura. Ebbene, non è questo il caso. E' possibile definire delle metriche di rischio che sono misure vere e proprie (nei papers vengono chiamate "misure coerenti"): l'estrazione di quantile non è ahinoi una misura coerente. Se la legge l'avesse scritta un matematico, non avrebbe scelto il quantile come statistica di sintesi.

La cosa che manca per poter avere una misura nel senso matematico pieno del termine, è la subadditività, ossia l'analogo della disuguaglianza triangolare per la distanza consueta sul piano euclideo. Detto in termini finanziari, la mancata subadditività si traduce nel fatto che tu hai un portafoglio contratti che ha rischio A, un secondo portafoglio con rischio B, li metti insieme... e scopri che il rischio può ben essere maggiore di A+B. Dal punto di vista finanziario, ciò è del tutto controintuitivo (diversificando gli investimenti, il rischio diminuisce) e molto pericoloso (puoi tenere tutte le singole fonti di rischio sotto controllo e scoprire che hai superato il livello massimo di rischio accettabile comunque).

Ora questo fenomeno è bizzarro e in condizioni normali non si verifica mai. Ma non è solo un'ipotesi puramente teorica ed accademica: mi è capitato di studiare condizioni in cui certi sottoportafogli si comportavano come se avessero diversificazione negativa. Questo è un campanello di allarme che di norma segnala portafogli titoli cattivi, dal comportamento peculiare (molto concentrati su poche o una sola fonte di rischio, con cattiva diversificazione, con posizioni con molta leva finanziaria, insomma, oggetti da trattare con le molle).

Ecco. Questo è a grandi linee la ciccia matematica del mio lavoro. E' un po' meno misterioso?

Un saluto. M.
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Cesaropapi12
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Messaggio da Cesaropapi12 » 10 lug 2007, 15:15

E altri normalisti che cosa fanno ora?

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